Archivio per la categoria ‘Racconti’

La penna di Oxford

Pubblicato: 1 febbraio 2012 da Dario Stissi in Pagine d'inchiostro, Racconti
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Era andato tutto liscio, sulla mia scrivania, fino a qualche giorno fa. Stamattina, appena sveglio, come al solito mi sono diretto verso il mio caro tavolo da lavoro sul quale passo le mie intense giornate. Ho subito preso il quaderno con le mie mille storie iniziate e mai finite per provare a inserire un nuovo pezzo ad uno dei miei racconti che magari prima o poi riuscirò a concludere.

Mi guardo intorno alla ricerca della mia cara penna, compagna di avventure e viaggi magici ma di lei nessuna traccia. Cerco in giro, sotto la sedia, in mezzo al silenzioso caos della mia stanza, ma niente. La mia penna non si trova.

Quell’oggetto per me importante non era una penna comune, io e lei abbiamo avuto un incontro particolare. Un appuntamento al quale sia io che lei eravamo stati invitati e che ha cambiato in maniera importante entrambe le nostre vite:

Quella mattina,mi trovavo  nella mia casetta londinese e dopo essermi svegliato,avevo deciso di andare a fare un giro in quella cittadina che avevo da tempo sentito nominare e che mi incuriosiva visitare: Oxford.

Da lì a poco ero già nella stazione di Paddington e il mio treno, che già rumoreggiava sul binario 8, era pronto a partire. La distanza tra Londra e Oxford non è poi così ampia e così dopo circa quaranta minuti, la voce registrata che ad ogni stazione ricordava ai passeggeri di essere giunti in una delle tante stazioni che il treno avrebbe toccato, mi svegliò dal leggero sonno in cui ero caduto, sottolineando che fossimo giunti alla stazione a cui ero diretto.

Ricordo bene il momento in cui uscì da quella stazione, una sensazione magica mi pervase. Quella mattina il cielo sembrava non volermi mostrare il sole, come accade spesso da queste parti, e una leggera pioggerellina tingeva quel posto a me sconosciuto di una tonalità grigia che rendeva tutto intorno a me  incorniciato da un velo di magia. Quell’atmosfera non mi dispiaceva affatto, e nonostante quella pioggia stesse iniziando a penetrarmi fin dentro le ossa continuai la mia passeggiata lungo quel posto incantato.

Decisi di abbandonare la strada principale per poi prendere una delle stradine che mi apparvero sulla sinistra. Un paesaggio medievale si mostrò a me in tutto il suo splendore, e ogni pietra sulla quale poggiavo il mio sguardo sembrava trasudare gocce dense di storia.Non era pioggia quella che scivolava giù da quei grossi massi, sapientemente posati uno sull’altro per dare vita alle gigantesche mura che mi circondavano, ma era il sangue vivo degli avvenimenti che avevano toccato quelle strade.

La mia mente creativa iniziò a sentirsi piacevolmente solleticata e iniziai un viaggio bellissimo che mi catapultò indietro di un bel pò di secoli.

Iniziai a sentire rumori di zoccoli e un numero crescente di voci iniziò a circondarmi. Dai Merli delle mura di fronte a me soldati mi osservavano dall’alto con aria non proprio rassicurante. Una carrozza mi passò vicina e riuscì velocemente a vedere che all’interno una bellissima dama aveva per un attimo incrociato il mio sguardo e che sparì in lontananza superando un ponte levatoio che si era da poco calato sul fossato che circondava il castello che appariva ora alla fine della strada.Quel ponte si rialzò velocemente facendo si che quelle mura tornassero a mostrarsi sicure e impenetrabili. La strada fino a qualche tempo prima deserta, era ora affollata e a mano a mano che i miei passi avanzavano non potevo fare altro che sentire aumentare gli occhi che mi scrutavano.

Mi guardavo intorno e tutti rumoreggiavano sul mio aspetto e soprattutto sul mio abbigliamento. Indossavo i soliti jeans e la mia felpa preferita con l’immagine di Homer Simpson mentre butta giù una bella pinta di birra. Mi sa però che non era l’abbigliamento più adatto per confrontarsi con una popolazione medievale. Tutti intorno a me puzzavano e non poco ed erano vestiti con calze maglie e lunghi camicioni sudici. Ogni tanto però qualcuno passava a cavallo e sembrava distinguersi nettamente dalle altre persone che girovagano a piedi nudi: bellissimi cavalieri con armature luccicanti sulle quali era incisa la medesima immagine che avevo visto sventolare sulla torre più alta del castello che avevo poc’anzi superato.

Un mendicante mi si attaccò alla caviglia farfugliando qualcosa di incomprensibile, sembrava malato e a mio avviso gli rimaneva poco da vivere. Non riuscivo a liberarmene nonostante stessi muovendo rapidamente la gamba alla quale si era appigliato. Ad un certo punto riuscì a carpire uno dei mugolii che l’uomo cercava di farmi cogliere e intesi che stava cercando di farmi sedere atterra vicino a lui, magari voleva dirmi qualcosa di importante.

Da lì a poco mi ritrovai seduto su quelle pietre bagnate che componevano quella trafficata strada e al mio fianco giaceva l’uomo che mi aveva trascinato sul pavimento. Emanava un forte odore di urina e sporcizia e indossava vestiti logori e strappati; la barba lunga si univa ai folti capelli che uscivano da sotto un groviglio di stoffa che gli fasciava la testa.

Si avvicinò al mio orecchio, e  il putrido odore che emanava la sua bocca mi travolse. Mi disse che aveva una missione importante da affidarmi e che non potevo rifiutare di portare a compimento ciò che lui stava per affidarmi. Mi raccontò una storia d’amore che mi tolse il respiro, mi parlò di due amanti che avevano superato guerre e battaglie per incontrarsi. Erano nati da una magia che li aveva divisi in un mondo che stava per cadere nel più lungo periodo di guerre che lo avevano mai colpito. Nardilio e Arania erano un angelo, un angelo diviso nei loro corpi e che li aveva spinti, fin dal loro primo giorni di vita, a cercarsi per ridare forma all’angelo originale che li costituiva.

Rimasi lì non so per quante ore ad ascoltare la storia dei due amanti e delle folli guerre che avevano colpito l’intero mondo. Io ascoltavo impassibile e curioso e ad ogni nuovo dettaglio, che il mio interlocutore aggiungeva,  mi innamoravo sempre più di quel racconto.

Ad un certo punto della storia l’uomo di bloccò dicendomi in lacrime che sfortunatamente quella storia non aveva ancora avuto un lieto fine. La storia di Nardilio e Arania non si era ancora conclusa e il progetto divino del quale facevano parte non si era ancora realizzato.

L’incredulità mi invase quando l’uomo concluse il suo discorso dicendomi che ero io l’unico che poteva mettere fine alle sofferenze dei due amanti. Dovevo scrivere quella storia e farla conoscere al mondo e sarebbe stato lui stesso a dettarmela. Provai a chiedergli come potevo io cambiare il destino di quei due uomini soltanto scrivendone il loro racconto, ma di colpo l’uomo svanì. Mi trovai alla fine di quella via e l’assordante colpo del clacson di un autobus mi riportò nella Oxford reale che avevo lasciato prima di imboccare quella strada. Aveva anche smesso di piovere e il sole iniziava a superare con difficoltà lo strato di nuvole che su di me andava diradandosi.

Un cartoleria mi si mostrò subito dopo aver girato l’angolo. Confuso e con la testa piena di ricordi sbiaditi, pensavo e ripensavo alla promessa che mi aveva strappato quell’uomo e dalla quale non riuscivo a sfuggire. Mi ritrovai alla cassa di quella cartoleria con un grosso quaderno in mano e una delle tante penne che mi circondavano.

Il treno partì puntuale e con esso anche la mia penna.

Oxford era ora alle mie spalle ma nella testa una voce oramai familiare iniziò a dettare i ritmi di un intrecciato ricamo che la mia nuova penna cominciò a disegnare sulla prima pagina bianca del quaderno appena comprato.

Quel giorno iniziai a scrivere.

Quel giorno capì che basta avere una mente magicamente fruttuosa e parlante e una penna che metta per iscritto ogni sussurro che quella vocina avrà voglia di raccontare al mondo per fare di un uomo uno scrittore.

Alla fine la penna l’ho trovata, era dentro al mio caro quaderno nel punto in cui il giorno prima avevo smesso di scrivere. Aspettava lì già aperta e con il musetto bagnato di ricominciare a fare bene il suo dovere.

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I Koala sugli autobus

Pubblicato: 19 dicembre 2011 da Dario Stissi in Pagine d'inchiostro, Racconti

La giornata era appena iniziata, o almeno la mia di giornata.  La sveglia questa mattina è suonata puntuale, forse perché ero finalmente riuscito a programmarla nel giusto modo. Non si può descrivere quanto sia brutale il suono di una sveglia,anche se credo che ogni persona a questo mondo possa comprenderlo senza ardue spiegazioni.  Ora mi chiedo il perché questo piumone non voglia lasciarmi alzare, so che è stata una dura relazione la nostra, penso e ripenso, guardandolo. Lo so, ieri eravamo freddi entrambi e tra sfregamenti e movimenti vari siamo riusciti a entrare in questa calda sintonia. Ora però ti prego, lasciami andare! Continuo a pensare guardando il mio dolce piumone.  So che tu non sei da una botta e via, e ti giuro che stasera tornerò da te, ma ora per favore lasciami andare a lavorare.

Mi trascino come uno zombie verso il bagno che ovviamente è occupato.  << Andrea, sbrigati che devo andare a lavoro>>, grido davanti alla porta, provando a rimanere indifferente sentendo rumori molesti provenire da dentro.  Cerco comunque di non rendere vana l’attesa, e mi sposto in cucina, continuando a trascinarmi, alla ricerca di una dose di caffè che mi faccia  almeno arrivare fino al bar sotto al palazzo.

Fortunatamente Giorgio, il nostro caro coinquilino che lavora al bar di sotto e che esce da casa alle sette, ha lasciato un po’ di caffè nella caffettiera. Che cosa fantastica!

Appena appoggio la tazzina che mi ha appena salvato la vita, sento un rumore soave provenire dal corridoio, cazzo Andrea è uscito dal bagno. Ora il problema sta nel trovare la forza e il coraggio di entrare in quel cavolo di cesso. Decido di raggruppare tutte le mie forze karmike per riuscire ad affrontare quest’ardua missione. Entro mi do una veloce rianimata immergendo la mia faccia in quell’acqua gelida e via sono pronto. Vestiti, giubbotto, tracolla, chiavi, portafoglio e si parte.

Corro al bar e alla vista del mio salvatore quasi quasi piango dall’emozione. << Giorgio, mio eroe. Un caffè grazie.>> Soddisfatto e pieno di energia, ringrazio l’uomo che ogni mattina mi salva per ben due volte e vado diretto alla fermata del 467.

Ecco, qui mi va di fare una parentesi.

Nessuna persona al mondo può immaginare quanto sia bello aspettare un autobus a Catania. Non può immaginarlo perché non ne ha il tempo. In ogni parte del mondo si corre e ci si affanna per andare a lavoro, non si ha il tempo per fermarsi a pensare. Noi invece no! Noi invece quando aspettiamo l’autobus, di tempo per pensare ne abbiamo in grandi quantità. Tu arrivi alla tua fermata, ti guardi intorno con l’aria di quello che ha premura, entrando perfettamente dentro al personaggio che immagina di prendere il suo autobus in pochi minuti. Poi inizia l’attesa. Cinque, dieci, quindi, trenta ecc. Minuti ne passano in abbondanza. Lì inizi a pensare, a viaggiare con la mente. Pensi a ciò che hai fatto ieri, alla tua fidanzata che ti ha fatto fare il giro di tutti i negozi della città per comprare qualcosa che alla fine non ha comprato. Pensi a tua madre che ti chiama venti volte al giorno,e che ad ogni chiamata ti chiede : << che mi racconti? Novità?>>.  Pensi ai tuoi amici ai piatti in cucina da lavare, alla stanza che devi sistemare. Cioè pensi a ogni singolo particolare della tua vita.

Se non fosse per queste lunghe attese, quando potresti dedicare tutto questo tempo a te stesso? Questa è secondo me la frase che starebbe bene su ogni singolo autobus di Catania. Una pubblicità progresso!

Parliamoci chiaro, aspettare l’autobus a Catania fa bene a te e alla tua vita sociale.

Fatta questa piccola parentesi torniamo alla mia giornata.

Sono ormai qui da trenta minuti, la signora vicino a me puzza di capra, ma fortunatamente a quanto ho capito aspetta un autobus diverso dal mio. Oltre lei ci sono due uomini di colore, tre studentesse, e una vecchietta con delle buste della spesa.

Ecco, lei è quella che da quindici minuti, continua a dire ai due uomini di colore di tornare a casa loro che qui c’è crisi, non c’è lavoro e che quindi non lo troveranno nemmeno loro, che da loro si sta bene e si vede dal fatto che sono belli abbronzati.

Io me la rido sotto ai baffi, e consiglierei a quei due di portarsi, con fare elegante, una mano tra le palle. Un gesto contro la iettatura non fa mai male.

Un miraggio, una visione angelica, un puntino arancione con fare timido si avvicina sempre più a noi, e più si avvicina e più prende le sembianze di un autobus. Non ci posso credere, ho visto un autobus. Credo che adesso diventerò una star, come tutti quelli che hanno visto la Madonna. Già immagino la calca sotto casa mia. I giornalisti che chiedono a Giorgio, giù al bar <<è lei l’amico di quello che ha visto un autobus a catania?>>. SI, diventerò famoso.

Il mio sogno ad ogni aperti si infrange contro una ventata di odori multiculturali. In parole povere, l’autista ha aperto la bussola.

Algerini, Marocchini, Cinesi, Albanesi, Senegalesi e qualche straniero proveniente dall’Italia si intravede qua e la. Ah che bella comitiva che c’è su quest’autobus. Noi catanesi ovviamente ci distinguiamo, ovvio che non possiamo confonderci con la plebaglia comune.

Basta vedere uno con i capelli “Alliccati”(per chi non comprende il termine, significa letteralmente “leccati”, cioè zeppi di gel e attaccati sulla fronte) un paio d’occhiali da sole, se sono del mercato è meglio, scarpe rigorosamente bianche e l’aria da “spacchiusu” ( cioè quello che se lo guardi più di un secondo ti dice :<< Ni canuscemu mbari?>> trad: Ci conosciamo?) ed il gioco è fatto, hai riconosciuto un catanese.

Ora la categoria che frequenta gli autobus che più mi sta a cuore menzionare, sono:” i bisognosi d’affetto con problemi agli arti inferiori”. Si, li ho battezzati io così e adesso vi spiego il perché.

Costoro sono quelli che, come un ape su fiori zeppi di nettare, si spostano con fare indifferente da chiappe in chiappe, le loro ginocchia cedono(per colpa delle problematiche di cui soffrono agli arti inferiori) e assumono così una forma diagonale. I piedi si divaricano un po’ per mantenere l’equilibrio e le gambe iniziano a formare questa diagonale, salendo si nota che non riuscendo a reggersi sulle proprie gambe, questi poveretti si appoggiano con l’inguine sulle chiappe delle donzelle ( si voi donne, perchè il vostro sedere sporgente aiuta la cause dei suddetti). Il viso indifferente invece si volge in altra direzione, così da bilanciare il corpo faticosamente appoggiato e anche  per sviare i pensieri impuri degli altri passeggeri e della malcapitata.

Non si può chiamare maniaco, una persona bisognosa d’affetto. Se no anche i Koala sono maniaci, e la loro colpa è solo quella di giocare con il bambù. Ora voi donne maliziose, dovete smetterla di pensare male di questi poveri esseri sfortunati, perché anche loro sono come i Koala. Hanno bisogno di cure per non estinguersi, hanno bisogno di appoggiarsi e basta.

La mia fermata è arrivata, ho prenotato con anticipo e sto cercando come un disperato di avvicinarmi alla bussola per potere scendere, mi guardo intorno e vedo tanti Koala e inizio a pensare che la loro estinzione non è poi così tanto vicina. Però il bambù primo o poi si stancherà d’essere mangiato e deciderà di andare a finire in qualche buco che i Koala non hanno protetto abbastanza.

Scendo e mi porto dietro profumi di cous cous e incenso al sandalo. Quanto è bello viaggiare a Catania con gli stranieri.

Il destino ad un angelo…

Pubblicato: 17 dicembre 2011 da Dario Stissi in Pagine d'inchiostro, Racconti

Era il tempo in cui i grandi sacerdoti Godesi avevo deciso di riappacificare il mondo  travolto dalle lotte tra le confraternite che lo abitavano. Un mondo da sempre diviso dai poteri che ogni confraternita custodiva gelosamente, poteri che si equiparavano ma che da molti yut ormai flagellavano la terra.

In quei giorni due donne univano la loro preghiera per concepire un figlio che la sterilità gli aveva negato . Due figli frutto di un’antica preghiera che avrebbe portato uno spirito celeste sulla terra.

Un angelo venne soffiato dentro ai corpi di Arania e Nardilio. Due uomini che, catapultati in un mondo che non gli apparteneva, segneranno i ritmi dell’intera storia.

Oltre alle battaglie che caratterizzavano le terre conosciute, una setta di stregoni, spinti dalla voglia di sconvolgere il mondo consacrandolo al male, preparavano i loro loschi progetti e si apprestavano a impadronirsi della terra . Hikere, figlia dell’oscurità, guidata dalle forze malvagie si frapporrà tra i due innamorati, inconsapevoli ancora di esserlo.

Un angelo nasceva nei corpi di Arania e Nardilio. Un angelo simmetricamente diviso a metà e rinchiuso nei corpi di due esseri umani.

L’amore si scontrerà con l’odio, il sacro combatterà il profano e il sangue di anime innocenti bagnerà le terre di Oxol. L’eterna lotta tra bene e male, tra vero e falso tra naturale e soprannaturale faranno da cornice a due corpi che vivranno per cercarsi, trovarsi e dare così…

Il destino ad un angelo…

La multa

Pubblicato: 11 novembre 2011 da Dario Stissi in Pagine d'inchiostro, Racconti

Brusco il risveglio quando ti accorgi che sono le 9.12 e hai furbescamente dimenticato di svegliarti alle 8 per andare a mettere il biglietto del parcheggio. Corri giù per i 5 piani del tuo palazzo e ti riversi in strada come un pazzo. Ti dirigi con passo svelto verso la tua automobile con lo sguardo già settato in modalità parabrezza. Il tuffo al cuore arriva precipitoso, quando noti quei fogli adagiati, da quella per  te ormai mano assassina, sotto il tuo tergicristallo. Cazzo la multa!

Con fare indifferente,  poiché il senso di stupidità inizia ad assalirti, la prendi tra le mani e spulci curioso in ogni minuscolo anfratto di essa alla ricerca del numero. Quel maledettissimo numero che punisce la tua distrazione. Lo trovi e inizi a cercare di interpretare quella scrittura che soltanto un esperto di geroglifici egizi può decifrare. 34? 14? 135? L’angoscia ti assale, non riesci ancora a dare un prezzo alla tua colpa. Tenti di aprire la macchina per scappare da quel posto maledetto ma frugando tra le tasche non trovi le chiavi. Cazzo le chiavi! Ti rilanci per i cinque piani del palazzo, apri casa affannato e travolgendo tutto ciò che incontri e finalmente  riesci a prendere le chiavi dell’auto. Via di nuovo giù per le scale e finalmente ti ritrovi nella tua oasi di pace. Il sedile della tua auto ti sembra ora la cabina di una nave ancorata in mezzo all’oceano. Ti senti solo e protetto e adesso puoi tranquillamente dedicarti alla lettura della tua multa senza brutali sguardi indiscreti.

Puoi  pagarla qui, lì, alla Lottomatica, all’ufficio riscossione, dai vigili urbani, alla posta o non pagarla affatto, al massimo possono rifarsi solo su un tuo rene.  Decidi la strada dei contanti, la ressa alla posta non ti piace, e la Lottomatica nemmeno a parlarne, anche perché non avendone decifrato il criptato numero, non sai che cifra apporre su quel bollettino, che ti fissa con fare furbesco.

Vai dal portiere del palazzo e lo implori di spiegarti dove si trova il comando dei vigili urbani,l’uomo  inizia  a descriverti dettagliatamente il percorso, inserendo ovviamente anche i vari punti di interesse che incontrerai nella via. In quell’angolo c’è il bar di tizio, poi girando da lì incontrerai tale negozio di elettrodomestici, dopo quell’incrocio su per quella strada che prima era a divieto ma che ora non lo è più, dovrai superare la concessionaria di auto di un certo sig. x che viveva prima ne palazzo… ecc ecc.

Parti subito a bordo della tua ruggente lancia y blu elefantino, e ti compiaci di come il tuo elefantino ruggisca più del leone del circo che troneggia di fronte casa tua.

Cerchi disperato il posto che il tuo portiere con spiccata enfasi, ti aveva descritto pocanzi. Lo trovi e inizi la danza del parcheggio. Giri e rigiri, guardi, osservi e scruti l’orizzonte, ti senti tarzan nella giungla cittadina. Eccolo!!! Esclama l’omino che vive nel tuo cervello. Prima, seconda, terza e quasi impennando con la macchina, ti lanci verso la preda. Cazzo ho trovato posto!

Ora che hai parcheggiato e ti senti l’uomo più appagato della terra, dodici ore ininterrotte di sesso ti fanno un baffo, ora acquisisci la consapevolezza che devi mettere il biglietto del parcheggio strisce blu. Attento, sbrigati, non allontanarti troppo dall’auto perché i controllori delle strisce sono sempre in agguato, gli avvoltoi brulicano sulla tua testa, alle tue spalle. Sono lì pronti a colpire il tuo elefantino. Avvisti una macchinetta del parcheggio lungo la strada e inizi a camminare svelto verso di essa, ti guardi le spalle e non smetti di fissare il tuo parabrezza. Fai il biglietto e lo piazzi sul tuo cruscotto! Aaaaaaah! Il sospiro liberatorio dell’omino di prima.

Adesso puoi dirigerti verso quell’ufficio, con tranquillità e leggerezza ti muovi tra le auto sostate, e sogghigni maleficamente quando noti gli avvoltoi scrivere, con velocità inaudita, multe su multe.

L’ufficio che cercavi, è lì davanti a te. Lo guardi per qualche secondo e gioisci per averlo raggiunto in così poco tempo e per avere parcheggiato a soli un chilometro e mezzo da quello stabile.

L’usciere in divisa impiastricciata, appartenente sicuramente all’era paleozoica, inizia a guardarti. Ti scruta, e ti inizia a frugare nelle tasche soltanto con lo sguardo e subito dopo averti perquisito senza avere poggiato un dito sul tuo corpo ti dice : < Prego? Cosa desidera?> . Quelle parole rimbombano nella tua testa alla ricerca disperata di una risposta, e lì ricordi il perché sei andato in quell’ufficio. Cazzo la multa!

Quel senso di benessere svanisce, l’amaca su cui il tuo omino mentale stava dondolandosi con il suo analcolico drink, diventa il letto di chiodi del tuo vicino fachiro circense.   Inizi a sudare freddo, e sei a due passi dalla crisi di panico. L’usciere ti fissa con aria interrogativa e arrogante.

<<Devo pagare una multa.>> la butti lì, rapida e indolore. Il vigile trova un senso alla sua esistenza subito dopo le tue parole e con fare sicuro e autoritario dice: < salga queste scale, giri a destra, scenda le altre scale, giri di nuovo a destra, la seconda porta sulla sinistra ed è arrivato> .

Resti immobile, rifletti e un dubbio amletico attanaglia i tuoi emisferi cerebrali. Cazzo qual è la destra e quale la sinistra?!

Inizi una revisione dei tuoi organi vitali, e arrivi alle tue mani. Dunque: con la destra mi lavo i denti, scrivo, cambio le marce quindi non c’è dubbio deve essere questa! Sentendo un’energia scivolare lungo la mano nella quali tieni saldamente la multa.

<grazie>.

Guidato da quella mano fedele ti muovi come uno scoiattolo sugli alberi di hyde park, e riesci a giungere in quel corridoio. La gente si accalca, e l’odore selvaggio della giungla si accalca insieme alla folla. I muri tappezzati di avvisi: prendete il numero, per informazioni il numero è questo, per pagare dovete prendere il numero dalla rotella sulla finestra,  per parlare con un operatore premete il 7. No anzi no, quello è il servizio clienti della wind.

Ti immergi in quella fonduta di corpi, l’odore acre ormai non lo senti più, e dopo avere preso una bella boccata d’aria dici : < chi è l’ultimo?>.  La tua domanda innesca una bomba ad orologeria. Tutti iniziano a guardarsi e le teste si muovono come la lancetta dei secondi in un orologio. Si guardano, si osservano attentamente e aspettano che alla scoppiare della bomba il malcapitato si faccia avanti. Dieci secondi o forse più e un omino basso e pelato posizionato a circa 15 centimetri dal tuo sterno dice :.Ora tutti possono rilassarsi, e come si direbbe in gergo militare: si rompono le righe.

Siete tuttii lì, scalpitanti. Il funzionario sta per aprire la porta, e come alle porte del Paradiso, aspettate il vostro S.Pietro.

La porta scricchiola, la maniglia si abbassa, l’ansia sale, il sudore sgorga come fiumi in piena e con esso l’odore di formaggio stagionato.

La porta si apre, lenta, sibilante. Eccolo S.Pietro.

< Buongiorno! Oggi il computer non funziona. Tornate domani>.

<Cazzo!>