Archivio per la categoria ‘Politica’

La mafia ha vinto

Pubblicato: 20 luglio 2012 da Dario Stissi in Attualità, Il punto di Dario, Politica

La mafia ha vinto:

Perché dopo Falcone e Borsellino nessuno ha più combattuto la mafia come hanno fatto loro.

Perché la società Siciliana è servile ad un sistema clientelare che gestisce in maniera capillare ogni aspetto della società e che tutt’oggi non è stato scalfito.

Perché gli onesti e coloro che pagano le tasse sono visti come stupidi che non sanno trovare le giuste strade o “amicizie” per evitare di farlo.

Perché quando hai un’azienda tua  spesso e volentieri sei costretto a pagare una tassa che non è menzionata tra i contributi da dare allo stato e che silenziosamente tutti pagano, una tassa chiamata PIZZO.

Perché se denunci qualcuno che calpesta i tuoi diritti diventi tu quello che sta dalla parte del torto.

Perché se denunci qualcuno che sta dalla parte del torto e quel qualcuno viene arrestato è meglio che scappi il più lontano possibile perché quel qualcuno verrà presto rimesso in libertà e verrà subito a cercarti.

Perché quando ci sono le elezioni si mette in moto un sistema assurdo che vede sudditi di altri sudditi muoversi senza la minima vergogna alla ricerca di voti per uno o l’altro tizio suggeritogli da uno dei sudditi dei sudditi.

Perché la mafia è così bene organizzata che lo stato Italiano se la sogna un’organizzazione così:capillare, efficiente, sicura e soprattutto  POPOLARE.

Perché molti lavorano in nero e nel frattempo non si fanno mancare gli indennizzi per la disoccupazione mantenendo tenori di vita alla portata di medici e imprenditori.

Perché il futuro dei tanti giovani che si sono arresi alla mafia è quello di laurearsi e poi lavorare nei call center per le aziende del nord che assumono diplomati del nord.

Perché il futuro dei tanti giovani che si sono arresi alla mafia è quello d laurearsi e poi lavorare come commessi nei negozi dei tanti centri commerciali che stanno invadendo l’isola. I fortunati non assunti in nero però firmano buste paghe che riportano spesso e volentieri cifre che non saranno mai percepite. La busta però si deve firmare perché se no resti disoccupato e il tuo posto lo rimpiazzano in mezza giornata. Un’altro stupido, forse laureato e che forse ha preso quel posto di lavoro grazie a tizio o a caio che lo ha “raccomandato” . Il quale si ricorderà di te alle prossime elezioni, non dubitarne.

Perché dopo le migliaia di stragi che la mafia ha fatto nei decenni scorsi oggi invece tace e sembra sparita. Lo stato ha vinto? No ha vinto la mafia perché se le stragi sono finite, è perché la mafia non ha più nulla da chiedere;e perché non ha più nulla da chiedere? perché forse è stata accontentata.

Perché se hai bisogno di fare una visita medica hai due opzioni: aspettare mesi o addirittura anni per riuscire a farne una; o puoi accorciare i tempi a quasi pochi giorni contattando l’amico di famiglia (e non è difficile da trovare) e così la stessa visita con lo stesso dottore nello stesso ospedale in men che non si dica è bella e fatta. Anche in questo caso però l’amico si ricorderà di te e tu dovrai ricordarti obbligatoriamente di lui se no la prossima visita medica la farai tra 8 mesi.

Perché questo  sistema rende la popolazione schiava del sistema stesso; di un sistema che però non vacilla e che al contrario dello stato si dimostra sempre preciso e attento alle esigenze del popolo.

Perché i perché potrebbero riempire pagine intere di un libro, un libro che tutti come me conoscono bene ma che è sempre meglio non conoscere abbastanza. Un libro che ci conviene far finta di non conoscere perché in fondo qui da noi non si stai poi così male: soldi ne girano a palate, i centri commerciali esplodono, i frigoriferi sono pieni di ogni ben di Dio e la cosa più bella è che per lo stato siamo il terzo mondo, e a noi sta bene così. Siamo poveri, disoccupati e rozzi quando invece in realtà siamo solo tutti laureati, benestanti, lavoratori ma soprattutto MAFIOSI.

 

 

 

Sondaggio della settimana

Pubblicato: 15 luglio 2012 da Dario Stissi in Politica


di Khaled Khalifa

[Pubblico questo disperato appello che ci giunge dalla Siria, di Khaled Khalifa. La lettera, datata lunedì 6, è stata tradotta in inglese, francese, spagnolo, cinese, norvegese e albanese. Viene tradotta per la prima volta in italiano grazie all’alacre impegno e passione di Barbara Teresi, che qui ringrazio. G.B.]

Amici, scrittori e giornalisti di ogni parte del mondo, e specialmente voi che vi trovate in Cina e in Russia, vorrei mettervi al corrente del fatto che il mio popolo si trova a fronteggiare un genocidio.

Da una settimana a questa parte le forze del regime siriano hanno intensificato i loro attacchi alle città insorte, e in particolare Homs, Zabadani, Rastan, la provincia di Damasco, Madaya, Wadi Barada, Figeh, Idlib e i paesini del Monte Zawiya. Durante questa settimana, e fino ad ora, mentre vi scrivo queste righe, sono caduti più di mille martiri, tra cui molti bambini, e centinaia di case sono crollate addosso ai loro abitanti.

La cecità di cui soffre il resto del mondo ha incoraggiato il regime a cercare di far piazza pulita della rivoluzione pacifica in Siria con una brutalità senza eguali. L’appoggio di Russia, Cina e Iran, e il silenzio del resto del mondo nei confronti dei crimini perpetrati alla luce del sole, hanno consentito al regime di decimare il mio popolo durante gli ultimi undici mesi, ma in quest’ultima settimana, dal 2 febbraio a oggi, i segni della carneficina si sono fatti più evidenti.

Quella delle centinaia di migliaia di siriani scesi per le strade delle loro città e dei loro paesi la notte del massacro di Khalidiyya, tra venerdì e sabato scorsi, con le mani alzate in preghiera, in lacrime, è una scena che spezza il cuore e richiama l’attenzione del mondo sulla tragedia umanitaria siriana. È altresì un’esternazione chiara, senza veli, del nostro sentirci orfani, abbandonati dal mondo, mentre i politici si limitano a vane parole e sanzioni economiche che non fermano gli assassini né trattengono i carri armati imbrattati di sangue.

Il mio popolo, che ha affrontato la morte a torso nudo, armato di soli canti, in questo preciso momento si trova a fronteggiare una campagna di genocidio: le nostre città ribelli sono soggette a uno stato d’assedio senza precedenti nella storia delle rivoluzioni, un assedio che impedisce al personale medico di prestare soccorso ai feriti, mentre gli ospedali da campo vengono bombardati a sangue freddo e distrutti. Non è consentito l’ingresso alle organizzazioni umanitarie, le comunicazioni telefoniche sono interrotte, cibo e medicine sono bloccati, al punto che il contrabbando di una sacca di sangue o una compressa di paracetamolo nelle zone sotto assedio è considerato un reato punibile con la detenzione nelle carceri per prigionieri politici, teatri di torture i cui dettagli, se mai un giorno doveste venirne a conoscenza, vi impressionerebbero.

Nel corso della sua storia moderna, il mondo non ha mai visto un coraggio e un valore come quelli mostrati dai rivoluzionari siriani nelle nostre città e nei nostri paesi. Così come non ha mai assistito prima d’ora a una connivenza e un silenzio simili, che ormai possono essere considerati alla stregua di complicità nello sterminio della mia gente.

Il mio popolo è un popolo di pace, di caffè e musica che mi auguro un giorno possiate gustare anche voi, e di rose di cui spero possiate sentire il profumo, affinché sappiate che il cuore del mondo è oggi vittima di un genocidio e che il modo intero è complice nello spargimento del nostro sangue.

Non riesco a spiegare nulla di più in questi momenti cruciali, ma spero di avervi esortati a mostrare la vostra solidarietà al mio popolo con i mezzi che riterrete più opportuni. So che la scrittura è impotente e nuda di fronte al frastuono dei cannoni, dei carri armati e dei missili russi che bombardano città e civili inermi, ma non mi va che anche il vostro silenzio sia complice dello sterminio del mio popolo.

Khaled Khalifa è nato ad Aleppo nel 1964. È romanziere, poeta e sceneggiatore per la TV e il cinema. Nel 2008 il suo romanzo Elogio dell’odio, in Italia edito da Bompiani, è entrato a far parte della rosa dei finalisti dell’International Prize for Arabic Fiction, il più importante riconoscimento letterario nel mondo arabo. Il romanzo, censurato in patria, è stato tradotto in molte lingue.

viaLettera aperta agli scrittori di tutto il mondo | Nazione Indiana.


Berlusconi non è più. Non è più leader, non è più primo ministro e, soprattutto, non è più protagonista indiscusso della scena politica nazionale.  Qualunque sia il giudizio che si voglia esprimere su ben diciannove anni di indiscussa leadership, questa è la verità: è la fine di un’epoca. Un’epoca segnata da scandali, lotte interne, potere mediatico. Comunque si concepisca questa giornata, non sbagliano tutte quelle persone che sono accorse davanti al Quirinale con un grande striscione: “dodici novembre. Giorno della liberazione”.

Era il 1993. Quell’anno Silvio Berlusconi annuncia la sua “discesa in campo” con un nuovo partito, Forza Italia. Risulterà una scelta azzeccata: vincerà le elezioni e comincerà un periodo di assoluta supremazia politica. Ed ecco, allora, il governo Berlusconi I, interrotto dal primo “traditore” di una lunga seria, Umberto Bossi. E poi il 2001, con il secondo governo Berlusconi condotto fino alla scadenza naturale della legislatura. E, infine, l’ultimo esecutivo, questo, dilaniato da varie correnti, vari dissidenti e tante (troppe) fuoriuscite. Probabilmente Silvio Berlusconi non si sarebbe mai aspettato un epilogo così poco clamoroso, trionfale. Se vogliamo, un epilogo per nulla “berlusconiano”. Emblematico il suo volto all’indomani del voto sul rendiconto dello Stato, quando ha cominciato a prendere in seria considerazione la possibilità di dimissioni: era incredulo il Cavaliere, sconsolato, probabilmente più deluso che arrabbiato. La delusione di  un uomo che sa che per lui la commedia finisce qui. Il sipario cala inesorabilmente e, dopo diciannove anni, anche l’imperio berlusconiano si spegne, definitivamente.

Donne, barzellette, leggi decisamente opinabili, strabiliante capacità comunicativa, interessi personali che sovrastano quelli collettivi, una cerchia imbarazzante di “bravi” al servizio del capo, attacchi reiterati a chiunque cercasse di sbugiardarlo, dalla magistratura ai giornalisti fino alla (vera) opposizione. Questa è stata la leadership di Berlusconi. Ed è impensabile pensare che ce ne siamo liberati. Diciannove anni hanno dilaniato il sistema politico e, ahimè, culturale italiano. La democrazia, nel senso pieno del termine (non potere del popolo, ma potere per il popolo, al servizio del popolo), si è diradata: il bene collettivo, oggi, passa in secondo piano per il più misero degli interessi. Il berlusconismo non è un’ideologia, non è un colore politico. E’ stata – ed è – per essenza l’antipolitica, l’antidemocrazia, la depravazione, la volgarità e – concedetemelo – la sciatteria.

Non sappiamo quale sarà il giudizio che la storia assegnerà a Berlusconi. Oggi, però, sappiamo che è il baratro della politica italiana. Esprimere un giudizio su Berlusconi, significa esprimerlo sulla politica tutta. Perché, checché se ne dica, Berlusconi è stato per anni la politica in Italia. Ed ecco perché, nonostante tutto, per alcuni il Cavaliere sarà un grande statista, per altri il migliore politico italiano degli ultimi 150 anni. È il segno dei tempi, in qualche modo. È il segno dell’involuzione. Culturale prima ancora che politica. Noi, come milioni e milioni di italiani, ci defiliamo. Per noi Berlusconi non è una figura molto lontana da quella di Mussolini, un politico che, davanti all’indifferenza dei più, ha realizzato tutti i suoi più bassi interessi, accontentando le sue passioni, i suoi desideri, le sue perversioni.

Oggi, dunque, è lecito festeggiare. È lecito pensare che qualcosa stia cambiando. Ma attenzione. Giorgio Gaber, autore dall’intelligenza lungimirante, diceva: “Non ho paura del Berlusconi in sé. Ho paura di Berlusconi in me”. Se il Cavaliere esce di scena, tanti piccoli “Berlusconi” popolano, a destra e a sinistra, la nostra politica. L’amministratore che incarica i suoi amici più stretti è un Berlusconi, l’uomo d’affari che corrompe il politico per l’appalto è un Berlusconi, il delinquente che sfida a suon di ingiurie la magistratura è un Berlusconi. Le cricche sono berlusconiane. I faccendieri. I corrotti. I latitanti.

Bisogna capire, in pratica, che non è più possibile farci scivolare tutto addosso. Silvio Berlusconi, col suo stuolo di televisioni e giornalisti, è riuscito a renderci acritici. A privarci di quell’intelligenza democratica che ci siamo conquistati negli anni, anche a caro prezzo. Ora che un’epoca è finita bisogna tornare a pretendere non una politica, ma la politica. Bisogna tornare a gridare, a dire la nostra. A chiedere rispetto. Bisogna tornare ad indignarsi quando un politico svende l’immagine dell’Italia, corrompe o viene corrotto, favorisce, compra o si lascia comprare. Per troppo tempo la politica ha fatto il bello e cattivo tempo in Italia. Per diciannove lunghi anni. È ora di dire basta. È ora di capire che è la società civile che legittima il potere politico. Mai il contrario.

di Carmine Gazzanni

via BERLUSCONI SI DIMETTE/ La fine di un’epoca o l’inizio della fine? Riprendiamoci la Politica.