La penna di Oxford

Pubblicato: 1 febbraio 2012 da Dario Stissi in Pagine d'inchiostro, Racconti
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Era andato tutto liscio, sulla mia scrivania, fino a qualche giorno fa. Stamattina, appena sveglio, come al solito mi sono diretto verso il mio caro tavolo da lavoro sul quale passo le mie intense giornate. Ho subito preso il quaderno con le mie mille storie iniziate e mai finite per provare a inserire un nuovo pezzo ad uno dei miei racconti che magari prima o poi riuscirò a concludere.

Mi guardo intorno alla ricerca della mia cara penna, compagna di avventure e viaggi magici ma di lei nessuna traccia. Cerco in giro, sotto la sedia, in mezzo al silenzioso caos della mia stanza, ma niente. La mia penna non si trova.

Quell’oggetto per me importante non era una penna comune, io e lei abbiamo avuto un incontro particolare. Un appuntamento al quale sia io che lei eravamo stati invitati e che ha cambiato in maniera importante entrambe le nostre vite:

Quella mattina,mi trovavo  nella mia casetta londinese e dopo essermi svegliato,avevo deciso di andare a fare un giro in quella cittadina che avevo da tempo sentito nominare e che mi incuriosiva visitare: Oxford.

Da lì a poco ero già nella stazione di Paddington e il mio treno, che già rumoreggiava sul binario 8, era pronto a partire. La distanza tra Londra e Oxford non è poi così ampia e così dopo circa quaranta minuti, la voce registrata che ad ogni stazione ricordava ai passeggeri di essere giunti in una delle tante stazioni che il treno avrebbe toccato, mi svegliò dal leggero sonno in cui ero caduto, sottolineando che fossimo giunti alla stazione a cui ero diretto.

Ricordo bene il momento in cui uscì da quella stazione, una sensazione magica mi pervase. Quella mattina il cielo sembrava non volermi mostrare il sole, come accade spesso da queste parti, e una leggera pioggerellina tingeva quel posto a me sconosciuto di una tonalità grigia che rendeva tutto intorno a me  incorniciato da un velo di magia. Quell’atmosfera non mi dispiaceva affatto, e nonostante quella pioggia stesse iniziando a penetrarmi fin dentro le ossa continuai la mia passeggiata lungo quel posto incantato.

Decisi di abbandonare la strada principale per poi prendere una delle stradine che mi apparvero sulla sinistra. Un paesaggio medievale si mostrò a me in tutto il suo splendore, e ogni pietra sulla quale poggiavo il mio sguardo sembrava trasudare gocce dense di storia.Non era pioggia quella che scivolava giù da quei grossi massi, sapientemente posati uno sull’altro per dare vita alle gigantesche mura che mi circondavano, ma era il sangue vivo degli avvenimenti che avevano toccato quelle strade.

La mia mente creativa iniziò a sentirsi piacevolmente solleticata e iniziai un viaggio bellissimo che mi catapultò indietro di un bel pò di secoli.

Iniziai a sentire rumori di zoccoli e un numero crescente di voci iniziò a circondarmi. Dai Merli delle mura di fronte a me soldati mi osservavano dall’alto con aria non proprio rassicurante. Una carrozza mi passò vicina e riuscì velocemente a vedere che all’interno una bellissima dama aveva per un attimo incrociato il mio sguardo e che sparì in lontananza superando un ponte levatoio che si era da poco calato sul fossato che circondava il castello che appariva ora alla fine della strada.Quel ponte si rialzò velocemente facendo si che quelle mura tornassero a mostrarsi sicure e impenetrabili. La strada fino a qualche tempo prima deserta, era ora affollata e a mano a mano che i miei passi avanzavano non potevo fare altro che sentire aumentare gli occhi che mi scrutavano.

Mi guardavo intorno e tutti rumoreggiavano sul mio aspetto e soprattutto sul mio abbigliamento. Indossavo i soliti jeans e la mia felpa preferita con l’immagine di Homer Simpson mentre butta giù una bella pinta di birra. Mi sa però che non era l’abbigliamento più adatto per confrontarsi con una popolazione medievale. Tutti intorno a me puzzavano e non poco ed erano vestiti con calze maglie e lunghi camicioni sudici. Ogni tanto però qualcuno passava a cavallo e sembrava distinguersi nettamente dalle altre persone che girovagano a piedi nudi: bellissimi cavalieri con armature luccicanti sulle quali era incisa la medesima immagine che avevo visto sventolare sulla torre più alta del castello che avevo poc’anzi superato.

Un mendicante mi si attaccò alla caviglia farfugliando qualcosa di incomprensibile, sembrava malato e a mio avviso gli rimaneva poco da vivere. Non riuscivo a liberarmene nonostante stessi muovendo rapidamente la gamba alla quale si era appigliato. Ad un certo punto riuscì a carpire uno dei mugolii che l’uomo cercava di farmi cogliere e intesi che stava cercando di farmi sedere atterra vicino a lui, magari voleva dirmi qualcosa di importante.

Da lì a poco mi ritrovai seduto su quelle pietre bagnate che componevano quella trafficata strada e al mio fianco giaceva l’uomo che mi aveva trascinato sul pavimento. Emanava un forte odore di urina e sporcizia e indossava vestiti logori e strappati; la barba lunga si univa ai folti capelli che uscivano da sotto un groviglio di stoffa che gli fasciava la testa.

Si avvicinò al mio orecchio, e  il putrido odore che emanava la sua bocca mi travolse. Mi disse che aveva una missione importante da affidarmi e che non potevo rifiutare di portare a compimento ciò che lui stava per affidarmi. Mi raccontò una storia d’amore che mi tolse il respiro, mi parlò di due amanti che avevano superato guerre e battaglie per incontrarsi. Erano nati da una magia che li aveva divisi in un mondo che stava per cadere nel più lungo periodo di guerre che lo avevano mai colpito. Nardilio e Arania erano un angelo, un angelo diviso nei loro corpi e che li aveva spinti, fin dal loro primo giorni di vita, a cercarsi per ridare forma all’angelo originale che li costituiva.

Rimasi lì non so per quante ore ad ascoltare la storia dei due amanti e delle folli guerre che avevano colpito l’intero mondo. Io ascoltavo impassibile e curioso e ad ogni nuovo dettaglio, che il mio interlocutore aggiungeva,  mi innamoravo sempre più di quel racconto.

Ad un certo punto della storia l’uomo di bloccò dicendomi in lacrime che sfortunatamente quella storia non aveva ancora avuto un lieto fine. La storia di Nardilio e Arania non si era ancora conclusa e il progetto divino del quale facevano parte non si era ancora realizzato.

L’incredulità mi invase quando l’uomo concluse il suo discorso dicendomi che ero io l’unico che poteva mettere fine alle sofferenze dei due amanti. Dovevo scrivere quella storia e farla conoscere al mondo e sarebbe stato lui stesso a dettarmela. Provai a chiedergli come potevo io cambiare il destino di quei due uomini soltanto scrivendone il loro racconto, ma di colpo l’uomo svanì. Mi trovai alla fine di quella via e l’assordante colpo del clacson di un autobus mi riportò nella Oxford reale che avevo lasciato prima di imboccare quella strada. Aveva anche smesso di piovere e il sole iniziava a superare con difficoltà lo strato di nuvole che su di me andava diradandosi.

Un cartoleria mi si mostrò subito dopo aver girato l’angolo. Confuso e con la testa piena di ricordi sbiaditi, pensavo e ripensavo alla promessa che mi aveva strappato quell’uomo e dalla quale non riuscivo a sfuggire. Mi ritrovai alla cassa di quella cartoleria con un grosso quaderno in mano e una delle tante penne che mi circondavano.

Il treno partì puntuale e con esso anche la mia penna.

Oxford era ora alle mie spalle ma nella testa una voce oramai familiare iniziò a dettare i ritmi di un intrecciato ricamo che la mia nuova penna cominciò a disegnare sulla prima pagina bianca del quaderno appena comprato.

Quel giorno iniziai a scrivere.

Quel giorno capì che basta avere una mente magicamente fruttuosa e parlante e una penna che metta per iscritto ogni sussurro che quella vocina avrà voglia di raccontare al mondo per fare di un uomo uno scrittore.

Alla fine la penna l’ho trovata, era dentro al mio caro quaderno nel punto in cui il giorno prima avevo smesso di scrivere. Aspettava lì già aperta e con il musetto bagnato di ricominciare a fare bene il suo dovere.

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