I Koala sugli autobus

Pubblicato: 19 dicembre 2011 da Dario Stissi in Pagine d'inchiostro, Racconti

La giornata era appena iniziata, o almeno la mia di giornata.  La sveglia questa mattina è suonata puntuale, forse perché ero finalmente riuscito a programmarla nel giusto modo. Non si può descrivere quanto sia brutale il suono di una sveglia,anche se credo che ogni persona a questo mondo possa comprenderlo senza ardue spiegazioni.  Ora mi chiedo il perché questo piumone non voglia lasciarmi alzare, so che è stata una dura relazione la nostra, penso e ripenso, guardandolo. Lo so, ieri eravamo freddi entrambi e tra sfregamenti e movimenti vari siamo riusciti a entrare in questa calda sintonia. Ora però ti prego, lasciami andare! Continuo a pensare guardando il mio dolce piumone.  So che tu non sei da una botta e via, e ti giuro che stasera tornerò da te, ma ora per favore lasciami andare a lavorare.

Mi trascino come uno zombie verso il bagno che ovviamente è occupato.  << Andrea, sbrigati che devo andare a lavoro>>, grido davanti alla porta, provando a rimanere indifferente sentendo rumori molesti provenire da dentro.  Cerco comunque di non rendere vana l’attesa, e mi sposto in cucina, continuando a trascinarmi, alla ricerca di una dose di caffè che mi faccia  almeno arrivare fino al bar sotto al palazzo.

Fortunatamente Giorgio, il nostro caro coinquilino che lavora al bar di sotto e che esce da casa alle sette, ha lasciato un po’ di caffè nella caffettiera. Che cosa fantastica!

Appena appoggio la tazzina che mi ha appena salvato la vita, sento un rumore soave provenire dal corridoio, cazzo Andrea è uscito dal bagno. Ora il problema sta nel trovare la forza e il coraggio di entrare in quel cavolo di cesso. Decido di raggruppare tutte le mie forze karmike per riuscire ad affrontare quest’ardua missione. Entro mi do una veloce rianimata immergendo la mia faccia in quell’acqua gelida e via sono pronto. Vestiti, giubbotto, tracolla, chiavi, portafoglio e si parte.

Corro al bar e alla vista del mio salvatore quasi quasi piango dall’emozione. << Giorgio, mio eroe. Un caffè grazie.>> Soddisfatto e pieno di energia, ringrazio l’uomo che ogni mattina mi salva per ben due volte e vado diretto alla fermata del 467.

Ecco, qui mi va di fare una parentesi.

Nessuna persona al mondo può immaginare quanto sia bello aspettare un autobus a Catania. Non può immaginarlo perché non ne ha il tempo. In ogni parte del mondo si corre e ci si affanna per andare a lavoro, non si ha il tempo per fermarsi a pensare. Noi invece no! Noi invece quando aspettiamo l’autobus, di tempo per pensare ne abbiamo in grandi quantità. Tu arrivi alla tua fermata, ti guardi intorno con l’aria di quello che ha premura, entrando perfettamente dentro al personaggio che immagina di prendere il suo autobus in pochi minuti. Poi inizia l’attesa. Cinque, dieci, quindi, trenta ecc. Minuti ne passano in abbondanza. Lì inizi a pensare, a viaggiare con la mente. Pensi a ciò che hai fatto ieri, alla tua fidanzata che ti ha fatto fare il giro di tutti i negozi della città per comprare qualcosa che alla fine non ha comprato. Pensi a tua madre che ti chiama venti volte al giorno,e che ad ogni chiamata ti chiede : << che mi racconti? Novità?>>.  Pensi ai tuoi amici ai piatti in cucina da lavare, alla stanza che devi sistemare. Cioè pensi a ogni singolo particolare della tua vita.

Se non fosse per queste lunghe attese, quando potresti dedicare tutto questo tempo a te stesso? Questa è secondo me la frase che starebbe bene su ogni singolo autobus di Catania. Una pubblicità progresso!

Parliamoci chiaro, aspettare l’autobus a Catania fa bene a te e alla tua vita sociale.

Fatta questa piccola parentesi torniamo alla mia giornata.

Sono ormai qui da trenta minuti, la signora vicino a me puzza di capra, ma fortunatamente a quanto ho capito aspetta un autobus diverso dal mio. Oltre lei ci sono due uomini di colore, tre studentesse, e una vecchietta con delle buste della spesa.

Ecco, lei è quella che da quindici minuti, continua a dire ai due uomini di colore di tornare a casa loro che qui c’è crisi, non c’è lavoro e che quindi non lo troveranno nemmeno loro, che da loro si sta bene e si vede dal fatto che sono belli abbronzati.

Io me la rido sotto ai baffi, e consiglierei a quei due di portarsi, con fare elegante, una mano tra le palle. Un gesto contro la iettatura non fa mai male.

Un miraggio, una visione angelica, un puntino arancione con fare timido si avvicina sempre più a noi, e più si avvicina e più prende le sembianze di un autobus. Non ci posso credere, ho visto un autobus. Credo che adesso diventerò una star, come tutti quelli che hanno visto la Madonna. Già immagino la calca sotto casa mia. I giornalisti che chiedono a Giorgio, giù al bar <<è lei l’amico di quello che ha visto un autobus a catania?>>. SI, diventerò famoso.

Il mio sogno ad ogni aperti si infrange contro una ventata di odori multiculturali. In parole povere, l’autista ha aperto la bussola.

Algerini, Marocchini, Cinesi, Albanesi, Senegalesi e qualche straniero proveniente dall’Italia si intravede qua e la. Ah che bella comitiva che c’è su quest’autobus. Noi catanesi ovviamente ci distinguiamo, ovvio che non possiamo confonderci con la plebaglia comune.

Basta vedere uno con i capelli “Alliccati”(per chi non comprende il termine, significa letteralmente “leccati”, cioè zeppi di gel e attaccati sulla fronte) un paio d’occhiali da sole, se sono del mercato è meglio, scarpe rigorosamente bianche e l’aria da “spacchiusu” ( cioè quello che se lo guardi più di un secondo ti dice :<< Ni canuscemu mbari?>> trad: Ci conosciamo?) ed il gioco è fatto, hai riconosciuto un catanese.

Ora la categoria che frequenta gli autobus che più mi sta a cuore menzionare, sono:” i bisognosi d’affetto con problemi agli arti inferiori”. Si, li ho battezzati io così e adesso vi spiego il perché.

Costoro sono quelli che, come un ape su fiori zeppi di nettare, si spostano con fare indifferente da chiappe in chiappe, le loro ginocchia cedono(per colpa delle problematiche di cui soffrono agli arti inferiori) e assumono così una forma diagonale. I piedi si divaricano un po’ per mantenere l’equilibrio e le gambe iniziano a formare questa diagonale, salendo si nota che non riuscendo a reggersi sulle proprie gambe, questi poveretti si appoggiano con l’inguine sulle chiappe delle donzelle ( si voi donne, perchè il vostro sedere sporgente aiuta la cause dei suddetti). Il viso indifferente invece si volge in altra direzione, così da bilanciare il corpo faticosamente appoggiato e anche  per sviare i pensieri impuri degli altri passeggeri e della malcapitata.

Non si può chiamare maniaco, una persona bisognosa d’affetto. Se no anche i Koala sono maniaci, e la loro colpa è solo quella di giocare con il bambù. Ora voi donne maliziose, dovete smetterla di pensare male di questi poveri esseri sfortunati, perché anche loro sono come i Koala. Hanno bisogno di cure per non estinguersi, hanno bisogno di appoggiarsi e basta.

La mia fermata è arrivata, ho prenotato con anticipo e sto cercando come un disperato di avvicinarmi alla bussola per potere scendere, mi guardo intorno e vedo tanti Koala e inizio a pensare che la loro estinzione non è poi così tanto vicina. Però il bambù primo o poi si stancherà d’essere mangiato e deciderà di andare a finire in qualche buco che i Koala non hanno protetto abbastanza.

Scendo e mi porto dietro profumi di cous cous e incenso al sandalo. Quanto è bello viaggiare a Catania con gli stranieri.

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